Geel, favola di una città con un matto in ogni casa

un paese del Belgio dove da 700 anni c'è la tradizione di accogliere i malati di mente
Tecnicamente si chiama placement familiar, ovvero il collocare in una famiglia (traslocando da un possibile manicomio, che qui non c'è). Tutto cominciò nel 600, almeno secondo la ricostruzione che ne fece Peter von Kamenijk in una cronaca intorno al 1250. Una giovane principessa irlandese, Dimpna, appunto, era fuggita dal padre incestuoso, che desiderava sposarla perchè gli ricordava la moglie morta prematuramente. La pura Dimpna si rifugiò da queste parti ma fu raggiunta dal tenace genitore che la trovò e le mozzò la testa. E che c'entrano i matti ? Ancora niente. Ma alcuni anni dopo cominciò a circolare la leggenda che l'infausto padre aveva ucciso posseduto dal demonio, che avesse ucciso la figlia in preda a un attacco di follia. Ecco che la connessione si era stabilita.
Da allora cominciarono i pellegrinaggi di gente che portava qui i propri folli sulla tomba di Dimpna, presto diventata santa, perchè li curasse. Nei secoli questa abitudine si rinforzò, mentre accadeva un fenomeno curioso: molti di questi matti restavano a Geel, ospiti di famiglie del posto, che evidentemente cominciavano a sentirsi a proprio agio, tra le spoglie decapitate di Dimpna e gli sguardi sperduti nel vuoto dei malati di allora. E si formava così una cultura popolare, profonda, intimamente condivisa, che dura fino ad adesso.
Ma la vita di Geel è trascorsa intrecciata alla follia. Ci sono documenti che regolamentano l'assistenza ai folli che risalgono alla metà del XV secolo. Alcune norme approvate tra il 1747 e il 1754, propongono alcune limitazioni alla libertà degli alienati, tra le quali, curiosa, la proibizione a fumare la pipa in pubblico. Verrà poi Napoleone a sopprimere l'accoglienza familiare , ma con la sua caduta Geel avrebbe ripreso le sue abitudini. Famiglie normali con un ospite non tanto tale.
Questo fenomeno è finito presto all'attenzione di ogni psichiatria più o meno alternativa. Il modello di Geel era un sogno per chi immagina che il malato non debba essere rinchiuso in un'istituzione ma possa continuare a mantenere i suoi rapporti sociali, una rete affettiva valida, la solidarietà della comunità dove può continuare a vivere (e qualche volta anche riprendere a soffrire, nei momenti di crisi). Ma ci sono statistiche sull'efficacia terapeutica dell'accoglienza di Geel. Risponde Wilfried Bogaerts, portavoce dell'Opz, l'Openbaar Psychiatrisch Ziekenhuis, l'ospedale psichiatrico aperto. "Non sappiamo se così li curiamo meglio. So che però i pazienti sono contenti e mantengono un livello socialmente alto".
L'Opz sceglie i malati e le famiglie da far "convivere". I malati sono schizofrenici, psicotici, handicappati mentali, con forme più o meno gravi, ma comunque tutti in una fase stabile della malattia. Le famiglie che si offrono sono cittadini di Geel che da sempre hanno conosciuto questo sistema, che lo sentono come una parte del proprio modo di vivere, che appare loro come un fatto naturale. In altre parti del mondo forse si adotta un cane, qui si adotta un folle. La naturalezza dei comportamenti fa sì che i geelesi non si sentano neanche particolarmente fieri di quello che fanno. Non c'è eroismo, non ritengono di fare qualcosa di straordinario, nè di essere particolamente generosi. L'hanno visto fare dai propri genitori o dal vicino di casa, quindi lo fanno anche loro. A Geel si vive così. Nel resto del mondo del volontariato ci si è riempiti la bocca: a Geel si tace.
Le motivazioni possono essere varie. L'adesione alla tradizione, prima di tutto. Ma anche ci sono legami che si stabiliscono tra le persone e i folli. I genitori ospitarono qualcuno e i figli, diventati grandi, prendono con sè quel malato ormai diventato anche lui vecchio. E' la vita che si perpetua, senza stabilire chi è figlio di chi, chi è sano e chi no, tutti insieme in una valle che qui appare meno piena di lacrime. Qualcuno cerca anche braccia per la campagna e allora accoglie un paziente che gli possa prendere qualche pomodoro, portare qualche sacco di calce. E poi ci può essere anche una motivazione economica. Lo stato belga, attraverso l'Opz, paga una diaria che va da 574 a 743 franchi belgi, da 30 a 40 mila lire, a seconda dell'età del paziente e delle sue necessità. Non sono grandi cifre e dovono bastare per il mangiare, la pulizia della stanza personale dell'ospite e il lavaggio dei suoi abiti. Ma ci sono famiglie di anziani che forse ricevono una nuova compagnia da queste persone.
Le famiglie non devono avere cognizioni psichiatriche, lui e lei non devono essere Sigmund e Anna Freud in sedicesimo. Alla cura "tecnica" provvede sempre l'Opz, che può riaccogliere in eventuali momenti di recrudiscenza della malattia. Ma è anche un sistema in parte in crisi, perchè le nuove coppie, non si propongono per l'accoglienza famigliare, si stanno allontanando dalla cultura del paese. Dice Bogaerts:"Dopo la seconda guerra mondiale avevamo circa 3.000 famiglie che ospitavano dei matti. Ora sono molte di meno: ma sono di meno anche i matti". Nell'epoca d'oro, per così dire c'erano qui belgi, olandesi, polacchi, russi, francesi. Ora i pazienti sono unicamente della parte nord del Belgio, nel sud, a Lierneux, dove sta iniziando un nuovo polo a imitazione di Geel. "Niente a che vedere con noi": Geel è unica, solo lei ha Dimpna, il suo numero di pazienti è altissimo, e anche la concentrazione nel territorio è straordinaria. Ecco, se gli si può trovare un peccato a questi straordinari cittadini è un pizzico di gelosia per i rivali, ma davvero un pizzico. Per il resto la convivenza in cucina e sala da pranzo con i matti ha instaqurato un clima di tolleranza che è difficile scalfire. Anche la polizia usa le maniere dolci, riporta indietro chi ha provocato qualche guaio senza stendere verbali. E' ovvio che Tina, alla cassa della libreria del centro, neanche si sia accorta delle migliaia di tifosi italiani che urlavano nel piccolo stadio ai margini della città.
Marc, "ospite" di Mariette "Da vent'anni una vita normale"
Chiunque vada a fare compere nel negozio di fertilizzanti e cibo per animali di Mariette conosce Marc. La tuta blu, una faccia un poco segnata e con due baffi corti e grossi, Marc aiuta a spostare gli attrezzi, a caricare i sacchi di sementi sui furgoni. "Mariette mi dice quali devo prendere e io li vado a prendere", spiega "l'ospite". Mariette è una donna bionda, con un viso largo, tipico del nord: Marc è a casa sua ormai da venti anni. "Qualcuno di questi sacchi è un pò pesante. Ma non importa, ho sempre con me la carriola". Nessuno obbliga Marc a lavorare: l'ergoterapia, per così dire, non è obbligatoria, non è un presidio terapeutico forzato. Intorno, nella campagna, c'è chi dà una mano a raccogliere i pomodori. Ma nessuna famiglia ospita deliberatamente un malato che possa anche lavorare, non ci sono "preselezioni" sulla prestanza fisica o sull'abilità manuale. Ogni famiglia trova con i suoi ospiti la maniera migliore per vivere insieme, quale che sia.Non sempre i problemi sono risolti definitivamente. Marc, pure con la sua malattia, appare a suo agio ma di tanto in tanto rientra in un periodo difficile. E allora viene l'infermiera che porta un aiuto specifico. Dice Mariette: "Mi fa rabbia, si mette lì a confabulare con Marc e lui certe volte le dà più retta che non a me".