Milano, riconosciuta la "colpa e negligenza" dei medici: il piccolo ebbe gravi lesioni cerebrali
invalido per un parto sbagliato:
la regione paga 3 miliardi
MILANO Sarebbe bastato farlo nascere con un parto cesareo, anziché naturale, e il 17 novembre 1993 non sarebbe venuto al mondo già condannato a fare i conti, allora come oggi e come per tutta la sua vita, con il 95 per cento di invalidità per una lesione cerebrale: un errore da "grave colpa e negligenza" nel parto, che ora il Tribunale civile di Milano ha stabilito vada risarcito ai genitori del bimbo con quasi 3 miliardi.
Ma pagati da chi, oltre che dal medico operante e "in solido" con lui ? Non dall'ospedale Uboldo di Cernusco sul Naviglio, all'epoca non costituito in azienda ospedaliera e che dunque non era soggetto giuridico autonomo. Non dalla Usl 27 da cui l'ospedale dipendeva, perché nel frattempo le vecchie Usl non ci sono più. Non dalle nuove Asl, che sono nate solo successivamente e il cui intreccio di norme transitorie sembra demandare le pendenze pregresse ad apposite "Gestioni stralcio", oltretutto trasformate da un'altra legge in "Gestioni Liquidatorie". E neppure dall'Azienda Ospedale di Melegnano, istituita sì nel 1997 al posto della soppressa Usl 27, ma senza per questo "ereditarne" gli eventuali passivi.
Alla fine, ha stabilito allora il giudice civile milanese Ciampi con una sentenza innovativa, a pagare stavolta dovrà essere la "capogruppo" (se così si può dire) di tutti, e cioè direttamente la Regione Lombardia.
II travaglio della partoriente era iniziato il 16 novembre 1993 ; e il neonato era venuto alla luce il giorno dopo, con parto naturale nel quale il bimbo aveva però inalato una quantità di liquido amniotico. Dimesso il 29 novembre con una diagnosi di "insufficienza transitoria", aveva invece avuto crisi sempre più intense, così fotografate nell'ottobre 1994 dalla clinica De Marchi:
"Paralisi cerebrale" con un quadro clinico "inemendabile", foriero attesterà poi la perizia d'ufficio disposta dal giudice di "postumi permanenti per il 95 per cento sotto il profilo del danno biologico, con preclusione assoluta di qualsivoglia futura attività lavorativa". Per i consulenti del giudice, è "indubbio il nesso di causalità fra le lesioni e la sofferenza fetale in travaglio", perché "le tecniche routinarie di comune dominio avrebbero consentito di mantenere la situazione sotto controllo e di prevenire l'insorgenza delle lesioni".
Ed è dunque "grave la colpa" di chi "avrebbe dovuto tempestivamente rilevare e bloccare" i problemi del travaglio, "anticipando il momento del parto mediante il ricorso alla tecnica chirurgica del parto cesareo".
Alla tragedia umana si aggiunge però l'odissea burocratica. Non soltanto i genitori sono poveri, e dunque alle prese con gli insostenibili costi delle cure, ma rischiano di restare prigionieri dell'impossibilità di individuare il soggetto giuridico al quale rivolgere la loro motivata richiesta dei danni: un autentico ginepraio normativo, nella fase di transizione tra Usl e Asl, è infatti cresciuto all'ombra dei testi legislativi succedutisi e sovrappostisi, spesso con pronunce non univoche della giurisprudenza.
Sino a quando l'avvocato della famiglia, Renato Alfarone, riesce a disboscare il ginepraio chiedendo al giudice l'autorizzazione a citare direttamente la Regione Lombardia, che per parte sua nega di essere competente e rimanda al ping-pong tra vecchie Usl e nuove Asl. Ma è ad essa che il giudice, alla fine della causa, accolla il pagamento dei danni per 1 miliardo e 685 milioni, maggiorati di un interesse medio annuo del 6,1 per cento dal 1993 ad oggi, più altri 40 milioni di spese legali.
Luigi Ferrarella lferrarella@rcs.it