19 Ottobre 2003 Anno 15 numero 36 pag. 20

Disabili e scuola : Corriere Salute

Se manca il sostegno

Per i ragazzi con handicap l'inserimento scolastico è fondamentale anche per socializzare e conquistare maggiore autonomia.  Ora questo diritto è minacciato dalla scarsità di insegnanti di sostegno. Alle proteste dei genitori fanno eco le preoccupazioni di psicologi, medici e docenti.

In classe insufficienti gli insegnanti che aiutano gli alunni con handicap ad apprendere e a socializzare con i coetanei.  Molte le proteste dei genitori.  Che cosa sta succedendo ? Cerchiamo di capirlo.


Disabili e scuola : Se manca il sostegno
La psicologa : Così è vera integrazione
Luisa : L'aiuto "dimezzato"
Fabio : L'alleanza che ha vinto sulla burocrazia
Angela : La continuità che garantisce progressi
Come, dove : e a chi rivolgersi
Quando : la menomazione diventa handicap
La formazione : Buona in teoria, disomogenea in pratica


Disabili e scuola  Se manca il sostegno

Scuole aperte già da un mese, ma ancora caos per quanto concerne l'assistenza agli alunni con problemi di handicap.  Molti dirigenti scolastici non hanno più a disposizione un numero di insegnanti di sostegno sufficienti e hanno dovuto ridurre drasticamente il tempo che ogni insegnante può dedicare a ciascun alunno disabile.
"in pochi giorni al nostro sportello nazionale Anfass scuola sono arrivate più di 150 segnalazioni da tutta Italia: da Sondrio a Capri, da Padova a Ragusa.  I genitori protestano perchè sono state tagliate le ore di sostegno ai loro figli, spesso addirittura dimezzate, e anche perchè mancano gli assistenti che dovrebbero occuparsi, appunto, dell'assistenza non didattica ai ragazzi.  In alcuni casi, come in Puglia, i tagli hanno colpito i bambini in situazioni davvero gravi e come Anfass stiamo pensando di denunciare i casi alla Magistratura. Intanto stiamo preparando una lettera indirizzata ai Dirigenti regionali competenti perché si attivino al più presto per sanare queste situazioni, nominando i necessari insegnanti di sostegno» dice Livia Manganaro, responsabile per l'integrazione scolastica dell'Associazione nazionale famiglie di disabili intellettivi e relazionali.

CARENZE

Ma perché questa improvvisa carenza di insegnanti di sostegno? Oggi il loro numero è teoricamente fissato dalla legislazione vigente in base alla popolazione scolastica complessiva, in ragione di 1 insegnante di sostegno ogni 138 alunni, ma, come spiega Antonio Petraglia, di Como, che da anni si occupa dei problemi legati all'inserimento scolastico dei disabili: «E' un numero assolutamente insufficiente; le scuole finora sono riuscite a far fronte alla situazione solo grazie ad un numero supplementare di insegnati di sostegno (quasi un altro 50%) concessi "in deroga" su segnalazione di specifiche esigenze».

«Quest'anno, però, - aggiunge Wolfango Pirelli, Segretario regionale Lombardia della CGIL-scuola - le cose sono andate diversamente. Dopo la circolare n. 27 del 7 marzo del Ministero dell'Istruzione, che fissava, come ogni anno, il numero di insegnanti di sostegno disponibili per Regione, in base alla popolazione studentesca, molti Direttori generali del ministero dell'Istruzione (gli ex Sovrintendenti regionali) non hanno concesso un numero di deroghe sufficiente a coprire le richieste e nel migliore dei casi, si sono fermati ai livelli dello scorso anno ignorando le accresciute esigenze. In Lombardia ad esempio, - il Direttore Generale non le ha concesse, anche per casi già vagliati e accettati dai gruppi tecnici provinciali, l'organismo che deve valutare la necessità di affidare uno studente all'insegnante di sostegno».

RISCHI

«Nella nostra Regione - aggiunge Camillo de Lucia, referente dell'Unità Distrettuale Multidisciplinare della Asl Napoli 1 (che valuta le situazioni di handicap) - anche a soggetti con disabilità gravi è stato ridotto il numero di ore durante le quali possono avere la presenza dell'insegnate di sostegno, mettendo a rischio il rapporto insegnate-alunno».

«Il rapporto di fiducia che si crea tra il disabile e il "suo" insegnante - sottolinea Antonietta Grillo, insegnante di sostegno di Potenza - è un aspetto molto delicato. Cambiare insegnante o subire, come sta avvenendo, una rarefazione del rapporto può essere un trauma molto forte per un ragazzo che ha già tanti altri problemi».

E questo vale anche per un'altra figura, a rischio di "tagli": quella dell'operatore non didattico, che assiste gli alunni disabili nelle attività "pratiche". Ma se il Ministero della Istruzione non ha fatto, fìno ad ora, alcun esplicito riferimento al "taglio delle deroghe", come mai i Direttori Generali hanno agito in questa direzione ? Precisa il dottor Pirelli:
«Neppure la Finanziaria 2003 fa esplicito riferimento a "tagli", rimanda però ad uno specifico decreto, non ancora in vigore».

•COMMISSIONE GUIDI

Nella bozza del decreto in questio­ne, elaborata dalla "Commissione Nazionale per la Disabilità", istituita dal Ministro della Salute Sirchia e presieduta dal Sottosegretario Guidi, si parla però ancora delle assegnazione di insegnanti "in deroga". E allora dove sta la spiegazione ?

«Negli anni passati - risponde la dottoressa Alessandra Servidori, componente della Commissione Guidi - l'insegnate di sostegno è stato assegnato con eccessiva disinvoltura anche a bambini e ragazzi con problemi di tipo psicologico o provenienti da contesti di disagio sociale; questo ha portato ad una insostenibile crescita delle richieste e, di conseguenza, dei costi. Per arginare questo fenomeno, la bozza di decreto prevede che il pull tecnico preposto alla valutazione dell'handicap (individuato dal Direttore Sanitario della Asl), sia composto da non meno di tre specialisti della patologia fìsica, psichica o sensoriale segnalata per ogni caso e faccia riferimento agli indicatori previsti dall'Organizzazione Mondiale della Sanità per la definizione del tipo e del livello di handicap.
«E per gli alunni già certificati come soggetti in situazione di handicap sono previste verifiche, a ciascuno dei passaggi ai successivi cicli di istruzione e, all'interno del primo ciclo, al passaggio dalla scuola primaria alla scuola secondaria di primo grado».

• DISCREZIONALITÀ

Ma fino ad ora che cosa succedeva ? Sostanzialmente la stessa cosa, ci dice il professor de Lucia: «Il compito delle Unità Distrettuali Multidisciplinari è determinare se il soggetto per il quale è stata fatta richiesta di sostegno soffre di una patologia clinica fìsica o psichica che comporta una compromissione dei suoi livelli di apprendimento, nel qual caso si richiede il sostegno; se si riscontrano solo "patologie pedagogiche", come disturbi nell'apprendimento o difficoltà a socializzare, che non costituiscono handicap, non si prevedono interventi di sostegno».

«In passato - ammette de Lucia - le commissioni, nell'ambito della loro discrezionalità, che c'era e rimarrà, avevano a volte chiesto il sostegno anche per casi di solo disagio psicologico, ma ultimamente c'è stata una inversione di tendenza».

«La Commissione - assicura la dottoressa Servidori - non vuol togliere o ridurre il sostegno a chi ne ha bisogno, anzi. Fina ad oggi tutto il carico dell'intervento è ricaduto sulla scuola che a volte ha rappresentato solo un'area di parcheggio. Noi vorremmo che intorno ai ragazzi disabili si attivasse una rete di assistenza integrata, sia a scuola che sul territorio, per garantire loro anche un adeguato inserimento nella società e nel lavoro». Ma in attesa che tutto questo si realizzi, che cosa succederà ? Per ora abbiamo solo una riduzione degli insegnanti di sostegno e la protesta di insegnanti e genitori che, in diversi casi, stanno procedendo per vie legali per far riassegnare dal giudice il sostegno tolto ai loro figli.

 

Maurizio Tucci


  La psicologa  Così è vera integrazione

La decisione di inserire nella scuola i bambini disabili senza più classi "speciali" è stata senza dubbio un segno di civiltà, bisogna però impegnarsi perché questa decisione si traduca, di anno in anno, in fatti concreti. Per prima cosa, è indispensabile che gli insegnanti di sostegno siano in numero sufficiente e preparati per far fronte ai diversi tipi di handicap. La "riabilitazione scolastica" implica che l'alunno disabile si inserisca nella classe, sia supportato nelle difficoltà di apprendimento, acquisisca una progressiva autonomia. Bisogna inoltre aiutarlo ad accettare il suo handicap. Per riuscire in questi compiti l'insegnante di sostegno deve trovare la collaborazione dei colleghi. Quando l'insegnante di sostegno non riesce a lavorare in équipe, oppure è impegnato su troppi fronti o è in difficoltà nel fronteggiare un certo tipo di handicap, corre il rischio di isolarsi nell' "aula del sostegno". L'alunno disabile trascorre così la maggior parte del tempo fuori dalla classe, il che compromette l'inserimento sociale. L'altra eventualità, se gli insegnanti di sostegno sono in numero insufficiente, è che l'alunno disabile resti in classe, ma senza far nulla. La seconda riflessione riguarda i compagni. Quando in classe arriva un bambino disabile, i compagni cercano subito di capire in che cosa si differenzia dagli altri, se è possibile avvicinarlo e come, se lo si può aiutare oppure se questo è una competenza esclusiva degli insegnanti. A questi interrogativi va data risposta, affinchè i bambini si sentano rassicurati e autorizzati a interagire col loro compagno in modi utili e spontanei. Una delle strategie consiste nel rivolgersi a lui/lei con un linguaggio da "bimbo piccolo". Quando l'handicap impedisce al bambino di esprimersi si può entrare in contatto con lui toccandogli la guancia, sussurrandogli all'orecchio, allo scopo di ottenere la sua attenzione, un sorriso, il contatto occhio-occhio. in breve i bambini capiscono quali stimoli funzionano e mettono appunto una sorta di codice comunicativo. Il processo di integrazione è ancora più semplice all'asilo. Se in casa non ricevono informazioni conflittuali, i bimbi di 3, 4, 5 anni sono infatti portati ad accettare i compagni per quello che sono.

Anna Oliverio Ferraris Psicologia dell'età evolutiva, Università La Sapienza, Roma

Le storie

  Luisa  L'aiuto "dimezzato"

Luisa frequenta la seconda media in Sicilia. Fino allo scorso anno ha avuto un insegnante di sostegno per 18 ore settimanali, da quest'anno le 18 ore si sono trasformate in 9 e per di più l'insegnante è cambiata. Compromessa la continuità didattica, ridotte le ore di aiuto, la prima mossa consigliata alla mamma di Luisa - spiegano all'Anfass che ha ricevuto decine e decine di segnalazioni simili - è quella di rivolgersi a quello che una volta si chiamava preside e oggi dirigente scolastico, ricordandogli che a suo carico potrebbe configurarsi una "interruzione di servizio". Intanto Luisa aspetta.

  Fabio  L'alleanza che ha vinto sulla burocrazia

Fabio è ipercinetico. A sei anni, quando entra alle elementari, a Roma, ha diritto a un insegnante di sostegno, che però deve dividersi tra Fabio e altri due bambini con disabilità molto più gravi. Poteva essere una storia a finale non lieto, ma non è stato così grazie alla mamma di Fabio che si è rivolta a uno psicologo privato per chiedere come aiutare il figlio. Tra mamma, psicologo e insegnante di classe, che si è rivelata molto disponibile, si è creata un'alleanza: per Fabio speciali quaderni e, anche in classe, esercizi motori per imparare a controllarsi. Ma Fabio rifiutava gli esercizi che lo rendevano diverso dagli altri. Il rischio • visto che il suo problema specifico era destinato a risolversi crescendo, era farne, nel frattempo, un ragazzo con problemi di socializzazione. La soluzione l'hanno trovata due compagne di Fabio: facevano gli esercizi con lui. Quella che era una "stranezza" è diventa un gioco per tutta la classe. Ora Fabio studia. E ha molti amici.

  Angela  La continuità che garantisce progressi

Angela ha 15 anni, soffre di idrocefalia, ha difficoltà motorie e visive. Frequenta il secondo anno di una scuola alberghiera. Nel suo caso il "sostegno" ha funzionato. Anche perché c'è sempre stato. Angela, assistita a "tempo pieno", è ora in grado di orientarsi nella scuola, scrive grazie all'utilizzo di una tastiera speciale e svolge alcune attività pratiche. A tutti gli effetti è parte della sua classe.


Quello che prevede l'attuale normativa

Le procedure

  Come, dove  e a chi rivolgersi

Gli insegnanti di sostegno hanno il compito di affiancare i docenti per supportare il percorso formativo del soggetto disabile e favorire la sua integrazione nella classe. Insegnante di sostegno, specialisti della Asl, scuola e genitori contribuiscono alla "diagnosi funzionale" dell'alunno e alla definizione del "Piano Educativo Individualizzato": interventi didattici per lo sviluppo delle potenzialità cognitive, culturali, sociali e affettive del singolo soggetto. La richiesta per ottenere l'insegnante di sostegno parte generalmente dai genitori, che la inoltrano alla scuola al momento dell'iscrizione. Può essere anche la scuola a prendere l'iniziativa, ma sempre col consenso dei genitori. La domanda è inoltrata alla Asl, che sottopone il soggetto a visita specialistica per riscontrare l'handicap, la sua gravità e stabilire se vi è necessità dì insegnante di sostegno. Il tempo che l'insegnante di sostegno dedica al disabile è stabilito da una commissione di esperti della singola scuola ed è legato al livello di handicap (ma anche alla disponibilità di insegnanti) e si passa da qualche ora al giorno (l'insegnante ha in carico più alunni) al "tempo pieno". Le classi con un disabile non possono superare i 20 alunni (25 se la disabilità non è grave) e ogni classe può accogliere al massimo due alunni disabili, se entrambi hanno disabilità non gravi.

La valutazione

  Quando  la menomazione diventa handicap

Le Commissioni tecniche che valutano l'esigenza dell'insegnante di sostegno per un alunno disabile fanno riferimento alla "Classificazione delle menomazioni, disabilità e svantaggi esistenziali" che l'Organizzazione Mondiale di Sanità ha definito nel '90 (e approfondito nei 2001). Il sistema di classificazione parte dalla identificazione di menomazioni, disabilità e handicap, così definite:

• "menomazione" è "qualsiasi perdita o anomalia a carico di una struttura o una funzione psicologica, fisiologica o anatomica"

• "disabilità" è "la limitazione o perdita (conseguente alla menomazione) della capacità di compiere una attività nel modo e nell'ampiezza considerati normali"

• "handicap" è "la condizione di svantaggio conseguente ad una menomazione o disabilità che limita o impedisce l'adempimento del ruolo normale per tale soggetto, in relazione all'età, al sesso, ai fattori socioculturali". Per fare un esempio: un bambino che ha un difetto visivo ha una "menomazione" (più o meno lieve) e, di conseguenza, può avere "disabilità" (un'oggettiva difficoltà nelle attività scolastiche). Se questa disabilità è annullata dall'utilizzo degli occhiali, il bambino non ha un "handicap". Ma se la menomazione visiva è così grave da non consentirgli di svolgere le attività scolastiche come i suoi coetanei, in quel caso soffre di un handicap.

I docenti

La formazione  Buona in teoria, disomogenea in pratica

Per diventare insegnante di sostegno è necessario frequentare un corso biennale (circa 1500 ore) predisposto dal Ministero dell'Istruzione o dalle Università (come specializzazione della laurea in Scienze della Formazione). Ma essendo la domanda di insegnanti di sostegno molto maggiore rispetto all'offerta, spesso si ricorre alle normali graduatorie provinciali, assegnando il sostegno a persone che non hanno specifica preparazione. Per fronteggiare la situazione dal 2002 il Ministero ha istituito corsi di un anno cui possono accedere insegnanti che hanno già avuto una esperienza di sostegno di almeno un anno. Nonostante ciò, il livello di formazione degli insegnanti di sostegno è disomogeneo e questo, come sottolinea Petraglia: «Costituisce un danno per lo studente e si ripercuote negativamente sulla qualità del servizio, che, invece, dove è. assicurato da personale adeguatamente formato, conduce a risultati straordinariamente efficaci» Perché ci sono pochi insegnanti di sostegno ? «Uno dei principali motivi - segnala Petraglia - è che i corsi del Ministero sono rivolti agli insegnanti di ruolo che hanno già una cattedra. Ma poiché essere insegnante di sostegno non comporta alcun tipo di riconoscimento, nè economico nè di inquadramento, gli insegnanti già di ruolo sono scarsamente incentivati a conseguire questa abilitazione».


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